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... facciamo
sfilare anche le brigate rosse
Credo che l'Italia sia l'unica nazione al mondo che
festeggia l'invasione del suo territorio: non era mai
venuto
in mente a nessuno. Certo una parte di italiani, invero
assai sparuta, passò dalla parte del nemico nel
settembre
del 1943 quando il re coniglio e il primo ministro
vigliacco
scapparono a gambe levate nelle braccia del nemico e si
affrettarono a chiamarlo amico. Quella piccolissima
porzione
d'italiani, alcuni per fede, altri per tornaconto, altri
ancora per obbedienza, si misero a fiancheggiare
l'avanzata
del nemico, incuranti che questa fosse contrassegnata da
bombardamenti di città, stupri e stermini di donne,
violenze sui civili e persino eccidi ingiustificati. In
poco
meno di due anni la lunga marcia del nemico si concluse
con
la sua vittoria nella guerra. Ne derivarono eccidi, lo
scempio vergognoso di Piazzale Loreto, epurazioni
selvagge
contrassegnate da regolamenti di conti per rivalità
personali. Ne nacque la Repubblica fondata sull'accordo
tra
poteri affaristici, in particolare quelli mafiosi che
avevano organizzato gli sbarchi americani in Sicilia e a
Salerno e ottenuto in cambio la mano libera per i
traffici
sul versante tirrenico fino a Marsiglia. Ne seguì un
periodo di lunga e vergognosa sottomissione
internazionale
accompagnata da un disprezzo nei nostri confronti,
ancora
oggi non del tutto sopito, dovuto appunto alle nostre
capriole sfrontate. Al di là dei sentimenti non si
capisce
proprio cosa ci fosse da festeggiare, né tanto meno cosa
ci sia da celebrare oggi.
Perché intervenne quella retorica
Allora una ragione per mitizzare quel 25 aprile c'era;
ce
l'aveva un'intera classe politica sconfitta dalla storia
e
dal fascismo, emarginata dalla nazione, che per venti
anni
era passata a vita privata (ma sempre assistita dal buon
Benito) o all'esilio parigino con tanto di stipendio
mensile
(mai accaduto in nessun altro contesto o in nessun'epoca).
Uno stipendio mensile che cresceva con l'aumento della
vita
perché bastò che una figlia di Saragat andasse dal Duce
(che riceveva...) per lamentarsi del caro-vita perché il
buon Benito allargasse i cordoni della borsa. Ora quella
classe politica di falliti cercava un posto al sole e lo
reclamava dal nemico vittorioso al quale si era offerta
ossequiosa e incurante della sorte dei suoi compatrioti.
Bisognava mitizzarlo quel 25 aprile perché si doveva
creare un'aura di epos e di gloria che desse
autorevolezza
ai falliti di ritorno. Così intervenne la retorica
intrisa
di ogni menzogna. Al punto di capovolgere la realtà
oggettiva delle cose. "L'invasore" non fu più chi ci
bombardava dal mare, chi sbarcava sulle nostre coste,
violentava le nostre donne, occupava le nostre città,
ovvero il nemico di guerra, anglo/franco/americano,
bensì
il tedesco che pure non solo era nostro alleato ma si
trovava in Italia a difendere la nostra terra chiamatovi
addirittura dal re coniglio in persona poche settimane
prima
della sua ignobile fuga. E allora, sulla falsa riga di
questa mistificazione chi si era battuto contro
"l'invasore", per un sogno di libertà, in nome del
tirannicidio, era nobile e da mitizzare. La sconfitta
italiana - ma la sua vittoria - diventava così festa
nazionale. E il "mito" partigiano s'impadronì della
cultura politica, letteraria e poi televisiva delal
penisola
affranta.
Ora è tempo di scelte
Ora quella classe dirigente è sparita, morta di
vecchiaia,
dopo aver spolpato ogni bene dell'Italia e averla
trascinata
nella bancarotta. Che senso ha dunque continuare a
celebrare
il triste rito della contraffazione e il gusto
dell'odio?
Immagino che alcuni nostalgici delle rivoluzioni
mancate,
alcuni orfani degli arcobaleni e maniaci della legge di
Lynch non possano fare altrimenti, ma il resto? Non si
può
superare questa stucchevole retorica resistenzialista,
così come in molti iniziano a chiedere? Perché delle due
l'una: o si supera quest'impasse o la si celebra fino in
fondo. In tal caso si accetti e si esalti la cultura
partigiana, quella dell'omicidio a freddo, del mordi e
fuggi
in nome di un sol dell'avvenire e di un qualsiasi
tirannicidio. Si riprenda quella cultura che avvelenò
gli
animi negli anni Sessanta e Settanta da tutte le
cattedre,
da tutti gli schermi e che fece preda su migliaia di
giovani
che finirono per imitarli, e si facciano allora sfilare
i
Brigatisti Rossi che hanno di certo molti più numeri
dell'Anpi.
Essi, infatti, hanno creduto alla retorica
resistenzialista,
ne hanno messo in atto il modello, sono insorti, hanno
cecchinato, hanno ucciso. Ma, a differenza dei loro
patrigni, non avevano alcun carro armato nemico da
seguire e
hanno quindi perso. E hanno pagato sulla loro pelle (e
ovviamente su quella di molte loro vittime) la cultura
del
25 aprile. Hanno trascorso dietro le sbarre periodi più
lunghi del Ventennio mussoliniano e hanno, di certo, più
titoli dei partigiani per camminare a fronte alta. Se la
fronte può andare alta in marce fondate sull'odio e il
rancore
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